Capitolo 4
Marco suonò il campanello al pianterreno di quel palazzo. Si trattava di una moderna costruzione di edilizia popolare: facciata grigia e bianca, ampi balconi con panni stesi, una ormai logora guida rossa posata sul linoleum che a tratti presentava qualche bruciatura di sigaretta schiacciata.
Venne ad aprirgli una giovane donna, in gonna grigia e maglione bordeaux, con aria cortese e sorridente, sotto gli occhiali tondi con montatura rossa. Era la segretaria.
Marco si qualificò e la donna lo fece accomodare in una delle poltrone situate all'ingresso, tipo sala d'attesa. Poi andò a chiamare Leo.
In quella breve attesa Marco ebbe modo di notare la raffinatezza dell'ambiente. Sulla parete di fronte alla porta d'ingresso era situato il bancone dietro al quale lavorava la segretaria, un moderno mobile bianco con una sedia di tipo "supermolleggiato". Al muro una copia del bellissimo calendario Pirelli, e accanto ad esso un foglio di sughero con sopra appuntati con ordine vari foglietti. Dalla scrivania emergeva il monitor di un personal computer, con accanto la sua stampante e due apparecchi telefonici che trillavano in continuazione emettendo un insopportabile suono, come di un grillo. Alle pareti diversi ingrandimenti di fotografie, presumibilmente scattate in quel luogo. A terra un lucido parquet di rovere.
Leo arrivò immediatamente sospendendo il lavoro che stava eseguendo e accolse con festa l'amico, in realtà un po' frastornato. Subito gli mostrò i vari locali dello studio presentandogli via via le persone che vi erano: "la ragazza che ti ha aperto la porta è Marina, la nostra segretaria. È una collaboratrice preziosissima e fidata, e potrai rivolgerti a lei per tutto quello che ti serve. Tuttavia è inutile farle proposte: è felicemente fidanzata", aggiunse ridendo.
Entrarono poi in un corridoio sul quale si aprivano diverse stanze. "Qui le modelle si vestono e quindi si preparano ad essere fotografate" disse Leo entrando nella prima stanza. "Questa è Rossella che assiste le ragazze durante questa operazione. È lei che mette in pratica tutte le mie idee su come vestire le ragazze. Per quanto riguarda i vestiti in genere ci vengono forniti dai committenti dei lavori. Quando poi vengono delle ragazze a farsi ritrarre per il loro book chiedo direttamente a loro di portare qualcosa. Infatti molte ragazze vengono a farsi fotografare a pagamento per avere qualche bella foto fatta da un professionista."
Entrarono poi in un'altra stanza, più piccola ma molto bene illuminata, dove, davanti a uno specchio, stava una giovane ragazza seduta e avvolta in un grosso asciugamano, con una donna che le stava truccando il viso. "Lei è Sonia, una delle truccatrici, e questa è Paola, una delle mie modelle preferite, che stavo fotografando e che ha approfittato del tuo arrivo per rifarsi il trucco." Marco banalmente rimase impressionato dalla bellezza della modella, così ben truccata e seminuda. Era una bellezza da ideale maschile; Leo gli lesse nel pensiero. "…Ti ci abituerai."
Entrarono infine nella stanza in fondo: la stanza più grande. A Marco si illuminarono gli occhi: era quella la sala di posa vera e propria. Sulla parete corta, proprio all'opposto della porta, egli notò un meccanismo portafondali dal quale veniva giù un immenso rotolo di carta nera, che svolto arrivava a metà della stanza. Rotoli di altri colori erano appoggiati alla parete, da una parte. Poi vari trespoli, con illuminatori e flashes, alcuni disposti frontalmente, altri di controluce, e al centro, su un treppiede eccezionalmente robusto, "lei": la macchina fotografica di grande formato a banco ottico.
La stanza, che sembrava non avere finestre, era di un bianco candido. Il pavimento era moquettato. Il tono della voce di Leo si fece ora quasi retorico: "qui lavoreremo io e te, sarà il nostro regno. Finora facevo tutto da solo, ma ora che tu mi aiuterai le cose andranno senz'altro meglio. Ma non è tutto. Appena avrai preso un po' di confidenza con l'attrezzatura e in generale con il modo di lavorare in studio, ti darò dei lavori e fotograferai per conto tuo. Ti piace tutto questo?"
"Ma Leo, è bellissimo! Non avrei mai sperato di lavorare in questo mondo dorato, utilizzando quei materiali che avevo sempre sognato, dove potrò far conoscere e forse apprezzare le mie doti espressive, e…." "ma non credere che sia tutto rose e fiori" lo interruppe Leo "a volte arrivi a lavorare a notte fonda con la testa che ti scoppia e l'acqua alla gola perché magari il lavoro deve andare in stampa l'indomani mattina. E quando sei triste per cavoli tuoi e magari devi fare immagini di felicità. E anche con le modelle: a volte ne arrivano di incapaci, piene di se, si sentono bellissime e non si riesce a fare uno scatto decente. E poi la mancanza di idee, la paura di ripetersi, per chi come noi fa centinaia di scatti al giorno, la creatività comincia ad essere un problema. Ma forse i problemi maggiori li danno i clienti quando pretendono di essere qui presenti e di consigliarti il lavoro. Un art director conosce le tue capacità e i tuoi limiti, ma, ad esempio, se devi fare foto per una campagna pubblicitaria, che so io, per una bibita, il direttore del settore promozione di quella casa, solo perché ti contatta e poi ti paga, crede di essere un profondo esperto di tecnica fotografica e quindi ti angustia ad ogni scatto. E poi il più delle volte questi vengono solo per guardarsi la modella nuda vantandosi poi con gli amici. Credimi, è meglio lavorare da soli."
Mentre diceva queste cose, Leo spostava gli illuminatori ad ombrello, tornando di tanto in tanto dietro la macchina per valutare l'illuminazione dal giusto punto di prospettiva. "Bei, ora basta chiacchierare, andiamo avanti col lavoro. Vai a chiamare Paola, per favore".
Marco andò nella sala trucco a chiamare la ragazza che intanto stava conversando con la truccatrice. Paola entrò nella sala di posa avvolta nell'asciugamano, poi lo posò su di una sedia, restando con un costume da bagno, due pezzi, molto colorato. Raccolse in un angolo un grosso pallone da spiaggia, di quelli con i quali giocano i bambini, di colori simili a quelli del costume. Si tolse le pantofole e si mise al centro del fondale nero.
Su precise indicazioni di Leo, si mise di profilo, in ginocchio, tenendo il pallone a terra con le mani, poi girò la faccia verso la macchina sorridendo.
"Un attimo", disse Leo. Si avvicinò ad un armadietto pieno di vari barattoli, prese una bomboletta spray e ne spruzzò il contenuto sul pallone. Marco comprese che trattavasi di qualche sostanza opacizzante, infatti sparirono tutti i fastidiosi riflessi degli illuminatori sul pallone, che in questo modo appariva illuminato uniformemente.
La ragazza riprese la posa. Leo la osservava in piedi dietro la macchina, chinandosi di tanto in tanto a mettere la testa sotto il panno nero che pendeva dal dorso della fotocamera. Marco intanto stava lì fermo, in piedi senza sapere cosa fare. Sembrava che Leo, tutto preso dal lavoro, si fosse dimenticato di lui. Ma improvvisamente lo chiamò: "vieni a vedere". Marco mise la testa sotto il panno nero e vide sul dorso della macchina, che altro non era se non un vetro smerigliato e quadrettato, l'immagine capovolta della scena che aveva di fronte.
"Ricordati bene di quello che ti dico ora" gli disse Leo. "Tu devi ragionare non su quello che stai fotografando, ma su quello che deve essere il risultato finale del lavoro, ossia la fotografia. Ecco, tu devi immaginarti che sul quel vetro smerigliato ci sia attaccata una fotografia che tu puoi modificare a tuo piacimento. Quindi per prima cosa fai scorrere lo sguardo lungo i bordi dell' immagine in modo da controllare che i contorni siano uniformi. Sai quante volte, per trascurare questo, si va fuori fondale, o si fotografano pezzi di fondale sporco, o rovinato, o male illuminato."
La modella era immobile nella sua posa, Marco chinato in avanti, con la testa sotto il panno nero osservava l'immagine. Leo continuava a parlare con calma e senza fretta: "ora controlla la composizione dell'immagine, ossia se il soggetto è dove deve essere. Per fare questo valuta la distanza fra il soggetto e i bordi". Marco osservò che la distanza della testa della ragazza dal bordo superiore dell'immagine era pressappoco la stessa del corpo col margine inferiore, e del pallone da quello di destra.
"Immaginati ora, aiutandoti anche con la quadrettatura del vetrino, che dentro al rettangolo formato dai margini della foto, ci sia un altro rettangolo più piccolo, diciamo due terzi più piccolo. Su questo rettangolo dobbiamo comporre la nostra immagine. Infatti puoi notare che i quattro angoli di questo rettangolo corrispondono rispettivamente con la testa della ragazza, il suo sedere e il centro del pallone. Il quarto angolo è vuoto e questo ci aiuta a dare dinamicità all'immagine. Puoi anche vedere che due lati di questo rettangolo sono formati rispettivamente dal corpo della modella e dalle sue gambe, idealmente prolungate fino al centro del pallone". Marco era perplesso, non avrebbe mai immaginato che la fotografia, che lui riteneva massimo slancio di fantasia, si basasse su simili ferree regole geometriche.
"Insomma" concluse Leo, anche per aggiungere una nota simpatica, "immaginati che non stai fotografando una bella ragazza in costume da bagno nel mese di ottobre, ma un bel triangolo". La modella scoppiò in una risata, pur senza perdere la posa che teneva ormai, senza problemi, da parecchio tempo.
"Infine, valuta l'effetto delle luci sul soggetto, ad esempio vedi che la parte inferiore della gamba è in ombra? Dovremo schiarirla altrimenti rischiamo di confonderla con il fondale. Di questo ti occuperai tu". "Cosa dovrei fare?" "prendi quel pezzo di polistirolo bianco e mettiti lì per terra in modo da indirizzarne il riflesso su quella parte in ombra. Prima però calcoliamo l'esposizione." Indicò a Marco un pulsante su uno dei flashes. "premilo quando te lo dirò."
Prese da un tavolino quello che doveva essere un esposimetro per flash, si avvicinò alla modella e tenendoglielo a due dita dal naso ,disse: "fuoco!" Marco premette il pulsante e simultaneamente i 4 flashes emisero una valanga di luce. Poi, per pochi secondi fu il buio totale, si sentiva il rumore dei condensatori che si ricaricavano. Poi si riaccesero le luci pilota, a mostrare che la ricarica era ormai completata.
Leo si avvicinò all'obbiettivo e impostò il diaframma sul valore che l'esposimetro gli aveva suggerito. Poi disse: "ora facciamo una bella Polaroid". Prese dal tavolino un dorso Polaroid, chiuse l'otturatore della macchina, inserì il dorso al posto del vetro smerigliato, poi ne estrasse le lamelle di protezione.
"Vai, Marco, prendi il polistirolo e fai quello che ti ho detto". Uno sguardo d'intesa alla modella, poi Leo premette uno scatto flessibile e di nuovo i flashes diedero il loro lampo accecante. Quando si riaccesero le luci pilota Leo aveva già estratto dal dorso Polaroid il pacchetto contenuto, e lo agitava regolarmente.
Dopo meno di un minuto lo aprì e vide che il risultato era soddisfacente. Prese allora dal tavolino un dorso normale e lo inserì nella macchina. Scattò questa foto, poi rigirò il dorso e, dopo aver modificato leggermente l'espressione del volto della ragazza, ne scattò una seconda. Poi guardò l'orologio: per fare quei due scatti c'era voluta quasi un'ora e mezza. Disse alla modella di andarsi a cambiare, poi si rivolse a Marco, che aveva un'aria spaesata: "tutto bene? Senti, fammi un favore, vai a chiamarmi Marina."
Mentre si dirigeva verso il bancone all'ingresso passò davanti alla stanza dove era andata a cambiarsi Paola. La porta era spalancata e dentro Marco vide la modella completamente nuda che, aiutata da Rossella, stava indossando un costume intero. Marco si fece rosso di imbarazzo, Paola e Rossella se ne accorsero e gli sorrisero tranquillamente. Non era ancora abituato a queste cose normali in uno studio fotografico. Dentro di se pensò: "se lo sapesse Antonella…"
"Marina, per favore, telefona al laboratorio e digli che da oggi verrà Marco a portare e riprendere il materiale. Spiega poi a Marco dove deve andare". Leo consegnò a Marco il dorso con le pellicole esposte e gli disse: "se vai adesso saranno pronte prima di pranzo". Marina gli spiegò l'indirizzo affacciandosi con lui alla finestra. In effetti il laboratorio era proprio al palazzo a fianco.
Appena uscito Marco si mise a pensare e a riflettere su quello che aveva visto. Non aveva la minima idea che certe foto che aveva visto sui giornali o sui manifesti nascessero così. Si rese conto che aveva moltissimo da imparare, e si sentiva euforico. Desiderava ardentemente che venisse il tempo che lui stesso avrebbe fotografato. Era un po' perplesso di quel discorso del rettangolo. Non poteva dimenticare che lì davanti aveva una ragazza, giovane, chissà forse 15 o 16 anni, con i suoi problemi, con il suo modo di vedere la società, la politica. Poi l'aveva vista nuda e lei quasi non ci aveva fatto caso. Che fosse veramente un triangolo?
Quella ragazza forse avrà avuto la stessa età di Antonella quando era cominciata la loro storia. Eppure Antonella era impegnata politicamente, era una femminista, non avrebbe mai permesso che un uomo la trattasse come una figura geometrica. Invece Paola, ferma lì per ore. Era proprio un novellino, Marco, che entrava in un mondo tutto da scoprire.
Quando Marco fece ritorno allo studio, il lavoro procedeva intensamente. Leo scattava una foto dietro l'altra. Paola, aiutata da Rossella, cambiava continuamente costumi: uno intero, poi un due pezzi, e allora interveniva la truccatrice a darle un po' di cerone sulla pancia. Sul tavolo vi erano due pile di dorsi: quelli vergini che diminuivano e quelli esposti che aumentavano.
Gli si avvicinò Sonia, la truccatrice, che gli disse: "per fortuna Paola ha ancora molta tinta dell'estate, altrimenti avrei dovuto lavorare parecchio per farla sembrare abbronzata". Nell'aria risuonavano le parole dolcemente imperiose di Leo, il rumore dei lampi dei flashes, il sibilo dei condensatori, il suono delle lamelle di protezione dei caricatori che venivano freneticamente spinte dentro e fuori.
Marco era ora un semplice spettatore, così come lo erano Sonia Marina e Rossella, che avevano abbandonati i loro posti per assistere alla ripresa. Marco si rese conto che così doveva essere quel posto prima della sua venuta. Con Leo capo assoluto, direttore dei lavori, e tutta una serie di donne ad assisterlo. Che situazione maschilista!
Ad un certo punto i costumi da bagno finirono. Leo mandò la modella a vestirsi, poi chiamò Marco: "vieni che ti faccio vedere di cosa dovrai occuparti". Lo condusse verso una porticina che Marco non aveva notato in precedenza. La aprì e gli mostrò quello che c'era.
Era uno stanzino privo di finestre, con una scaffalatura di metallo grigia, con sopra varie scatole di cartone. Vi era poi un grosso frigorifero, un tavolino e una sedia girevole. Leo gli disse: "qui viene preparato il materiale sensibile. Qui ci sono le pellicole" disse aprendo il frigorifero "di vario formato: piane e in rulli. Tu dovrai tirarle fuori dal frigorifero almeno un'ora prima di iniziare, per far asciugare la condensa che inevitabilmente si forma. Poi dovrai riempire i dorsi, ognuno con due lastre". Leo prese dallo scaffale un dorso vuoto. "Ecco, vedi, questo è un dorso per il 13x18 che è il formato che usiamo maggiormente per le riprese qui in studio. Devi inserire quindi due lastre ogni caricatore, con il lato emulsionato rivolto verso l'esterno. Poi devi chiuderlo con queste alette a tenuta di luce. Naturalmente questa operazione deve essere eseguita in completa oscurità, ma se ben ricordo questo non è un problema per te. Sei come un gatto che vede al buio". Marco sorrise, erano anni ormai che non entrava più in camera oscura.
Leo mostrò a Marco un manifesto appeso al muro proprio davanti al tavolino. "Per riconoscere al buio il tipo di pellicola esiste un codice di piccole tacche sul bordo della lastra. Qui puoi vedere i vari codici delle pellicole. Dovrai però impararlo a memoria perché non puoi accendere la luce per controllare". "Ovvio" rispose Marco.
"Inoltre tieni presente che se senti le tacche in alto a destra, il lato emulsione è verso di te. Anche se io preferisco sempre sentirlo con i polpastrelli. Attento però a non rigare la pellicola. Quando entri qui chiuditi sempre a chiave, per evitare brutti scherzi". Leo chiuse la porta a chiave facendo osservare all'amico che la porta era a perfetta tenuta di luce, e invitandolo a riconoscere i vari oggetti al tatto.
Quando Leo aprì la porta ad attenderli fuori c'erano Paola, Sonia e Rossella, già con i cappotti, che volevano salutarli. Leo abbracciò e baciò con slancio addirittura eccessivo le tre donne che poi si rivolsero verso Marco e lo baciarono. Marco arrossì nuovamente pensando alla figuraccia di prima.
"Bene" disse Leo, "ora puoi tornare al laboratorio a riprendere le lastre sviluppate e a portare queste". Leo gli indicò la pila di dorsi esposti ancora sul tavolino. "Poi quando torni andiamo a mangiare insieme". "Ah sì, a proposito" osservò Marco "non mi hai ancora detto che orari abbiamo qui, se facciamo una pausa per il pranzo, a che ora stacchiamo la sera". "Guarda" gli rispose "l'orario dipende dal lavoro da fare. Ci saranno dei giorni in cui sarà quasi inutile venire, altri in cui salteremo il pranzo, la cena e anche la colazione, per il tanto lavoro. Oggi alle quattro viene una ragazza che mi ha chiesto di farle delle foto perché vuole farsi il book. Vorrebbe entrare in una agenzia di modelle, boh. Quindi quando torni andiamo a mangiare qualcosa a casa mia, qui vicino."
"Ma no, Leo, non ti preoccupare, mangio qualcosa al bar qui sotto. Forse faccio anche in tempo ad andare a casa, non voglio che ti disturbi per me". "Nossignore!" rispose scherzosamente Leo. "Ti ho assunto e ora ho il diritto di poter stare un paio d'ore in pace con il mio vecchio amico. Te l'ho detto, qui non ci sono orari e non ti lascerò prima di stasera. Adesso vai, che chiude il laboratorio. Corri, ragazzo, vola!" "Vado…." Rispose Marco rassegnato.