Capitolo 3

 

Come previsto Marco uscì di casa di buon ora e si recò alla fermata del 19. Era sorpreso per la quantità di persone che ci sono in giro la mattina presto, non se lo aspettava. Tutte ordinate come formichine, senza perdere un attimo, quelle persone si recavano al loro lavoro. E Marco capì di essere entrato anche lui in quel meccanismo.

I tram erano stracolmi di gente, in particolare quelli che procedevano in senso opposto dal momento che molta gente abita in periferia e lavora in centro, mentre pochi fanno l'opposto. E se il pomeriggio precedente faceva freddo, ora si gelava. Il vento freddo sembrava portare avanzi di notte e tutti se ne stavano ben chiusi nei loro cappotti.

Il 19 non si fece attendere molto, riuscì addirittura a trovare un posto a sedere. Intorno a lui varia gente, corpi freddi, intontiti dal sonno, rubizzi dal freddo. Il suo cuore batteva forte: anche se in fondo andava da un amico, chissà cosa l'avrebbe atteso. Fra tutta quella gente aveva un'aria da novellino.

Mentre il tram si inerpicava per la salita adiacente al giardino zoologico egli andò con la mente a ricordare l'occasione che in pratica gli aveva trovato questo lavoro.

Aveva finito di fare il militare in primavera con l'intenzione di riprendere gli studi dopo l'estate. Ma era un'idea che convinceva più i suoi genitori e Antonella, ormai prossima alla laurea, piuttosto che lui, che aveva valutato realisticamente le possibilità che poteva offrirgli un ambiente considerato ostile.

Poi, al ritorno dalle vacanze, Laura, una sua vecchia compagna di classe, aveva organizzato una anacronistica cena di classe, invitando in un ristorante tutti i compagni di scuola e qualche professore.

Pochi accettarono. Marco avrebbe volentieri rifiutato, ma Antonella insistette a tal punto che quella sera si ritrovarono tutti attorno a quel tavolo.

Come previsto la professoressa di italiano, ai tempi la più antipatica per via del suo modo di voler trattare con familiarità tutti gli alunni quasi fossero suoi figli, si produsse in smancerie commuovendosi per quello che i suoi ragazzi erano diventati.

"Laura si è già laureata, Antonio ha un buon posto in banca, Leo è un affermato fotografo, e questi due, Marco e Antonella, sono ancora fidanzati e presto si sposeranno; lei è quasi un avvocato, lui un futuro matematico, forse sarà un insegnante. Sono cambiati i tempi da quando facevate tutti quegli scioperi che sembrava volevate cambiare il mondo. Ora avete messo la testa a posto e ognuno ha trovato la sua via. Bene! Bene! L'avevo detto io che avreste fatto strada. L'avevo capito subito. Forse perché sono stata per voi più una amica che un'insegnante."

Marco dentro schiumava di rabbia! Non sarebbe mai diventato un matematico. L'insegnamento poi gli faceva ribrezzo. E soprattutto "lui non era cambiato! Non aveva messo la testa a posto! Sia ben chiaro: tutti sono cambiati ma non lui!"

Antonella invece, è inutile dirlo, si riconosceva in un certo senso nelle parole della professoressa.

Il 19 transitava allora per viale Regina Margherita, a quell'ora già caotica, quando pensò a Leo che, seduto accanto a lui alla cena di classe, sottovoce gli aveva detto: "non va tutto bene, vero?"

Leo era stato per lui il migliore amico. Molto alto e dalla figura slanciata, con un'aria calma, sempre ragionando, era l'opposto dell'impulsivo Marco il quale trovava in lui la sicurezza. Anche Leo aveva fatto dell'attivismo politico, ma era un tipo molto riflessivo. Nelle discussioni animate del collettivo non aveva mai fretta di dire la sua, ma quando parlava bastavano due parole per ammutolire l'assemblea. I compagni lo apprezzavano moltissimo per quell'aria matura, per quel buon senso per cui riusciva sempre ad avere la meglio negli scontri dialettici, esprimendosi pacatamente con pochi chiari argomenti.

Per quanto riguarda poi l'amicizia, Leo era straordinario. Ti leggeva negli occhi e aveva sempre pronta una parola. Eccezionalmente leale, tutti ricambiavano la sua amicizia. Se poi per qualche incomprensione si litigava, lui era sempre pronto a chiederti scusa, anche se aveva ragione.  

Fu lui ad insegnare la fotografia a Marco, anzi a fargliela conoscere, dapprima prestandogli i suoi strumenti, poi portandolo con se in camera oscura. Spesso fotografavano insieme, sviluppando subito le foto. Quelle di Leo erano sempre le migliori, ma lui, modesto come era, non voleva riconoscerlo, ed era sempre pronto a riconoscere in quelle di Marco qualche caratteristica tecnica o artistica, o di linguaggio, per cui fossero più belle.

Una bellissima amicizia, insomma, ma non ben vista da Antonella, che infatti, finita la scuola, fece di tutto per separarli, e ci riuscì. Quella sera al ristorante i due amici si rividero dopo 4 anni.

Leo indossava con naturalezza sopra una camicia a righe, una giacca di lana di cammello che gli donava una certa eleganza facendolo sembrare addirittura più alto. Marco non aveva in quegli anni modificato granché il suo modo di vestire: era venuto con i soliti jeans sdruciti e una felpa bordeaux di non so quale università americana, dal collo della quale faceva capolino l'abbondante peluria del suo petto. Egli in realtà era un po' in soggezione.

Leo comprese in un attimo lo stato d'animo dell'amico e gli disse: "lo so benissimo che non farai mai il matematico, hai troppa fantasia, troppo senso pratico. Non basta andare bene in matematica a scuola per diventare un teorico dei numeri." Quindi soggiunse, senza mezzi termini: "Io vorrei che tu venissi a lavorare con me. Sai che ho uno studio fotografico, ben stimato, che mi sono costruito in questi anni lavorando con coscienza. E ora avrei bisogno di un collaboratore come te." "Ma Leo, io non so come si lavora in studio, io ho sempre fotografato d'istinto, poi è più di un anno che non fotografo." Gli rispose Marco.

"ti assumo come assistente, con il contratto di formazione, dopo qualche tempo diveniamo soci. Hai la mia parola e tu sai cosa vale. Tu hai del talento e io ne ho bisogno, e ho bisogno anche della tua amicizia. Per quanto riguarda la retribuzione ci mettiamo d'accordo: all'inizio non sarà tanto, ma meglio di come stai ora da studente, potrai metterti da parte qualche cosa. Ricordati che hai perso del tempo e, se cerchi un lavoro dipendente, questo conta." Indicò con gli occhi alla volta di Antonella e aggiunse: "so che cerchi una sistemazione con lei, che ti vuoi sposare." "Lasciamo stare." Disse  Marco.

"Anche nei suoi confronti è meglio avere come marito un professionista affermato ma sempre creativo, piuttosto che un bieco professore vecchio a 30 anni." E Leo indicò la professoressa di italiano. Poi aggiunse sottovoce: "se poi il tuo futuro non è con lei, se non sarà lei la compagna della tua vita, a maggior ragione ti invito a fare un lavoro come il mio che sicuramente ti offrirà mille e una occasione".

"Si, mille e uno, mille e due, mille e tre, come ai tempi della camera oscura, che non avevamo nemmeno i soldi per comprarci un timer." Marco andava via via interessandosi a quanto gli proponeva l'amico. Tuttavia temeva che questi avesse avanzato quelle proposte come estremo atto di amicizia e di generosità, mentre in effetti non aveva alcun bisogno di un assistente. Del resto per lui poteva essere l'avverarsi di un sogno, poi triste e depresso come da tempo era, aveva bisogno di un radicale cambiamento per dare una strattonata alla vita. Si dispose quindi ad accettare.

Leo gli spiegò dello studio a Centocelle, e gli diede appuntamento per quel lunedì di ottobre, quando sarebbe riiniziata l'attività dopo una lunga pausa estiva. E quel lunedì di ottobre viaggiava timoroso sul 19 che da tempo aveva superato Porta Maggiore alla volta dello studio di Leo.

Pensò poi ai suoi genitori che si erano praticamente scandalizzati per la decisione di abbandonare gli studi, radicando quel solco che già divideva la sua famiglia. E da parte di Antonella reazioni contrastanti, ma un giudizio sostanzialmente negativo. Innanzitutto sarebbe ricominciata l'amicizia con Leo, che, come abbiamo già detto, non vedeva di buon occhio. D'altra parte, se l'affare fosse andato bene, avrebbero potuto godere di una certa rendita, per cui si poteva pensare seriamente al matrimonio.

Antonella sapeva che per un avvocato la laurea non è che il primo passo e che prima di poter guadagnare qualcosa, avrebbe dovuto fare da praticante, in modo pressoché gratuito, presso qualche studio legale, per alcuni anni, in attesa dell'esame da procuratore legale, vero punto di svolta nella carriera. Ma il suo segreto timore era che Marco potesse affermarsi, e farlo più in fretta di lei, in modo da mettere di discussione quella leadership casalinga alla quale lei indubbiamente mirava.

Ma naturalmente Marco fece di testa sua, e ne era più che convinto, anzi, era l'unica cosa di cui era veramente convinto in quel momento della sua vita.

Il 19 lasciò la via Prenestina per infilarsi nelle strade perfettamente incrociate di Centocelle. Dopo un paio di curve apparve la piazza dei Gerani. "Capolinea!" gridò il conducente, e tutti scesero. Il tram ci aveva messo mezz'ora esatta e Marco era in un anticipo bestiale, un buon motivo per andare a fare colazione al bar.

Piazza dei Gerani era diversa da quello che si era immaginato: non era la stazione Termini, le rotaie non erano prevalenti nel paesaggio, bensì un bel giardinetto con alberi e aiuole come quello sotto casa. Si sentivano cinguettare gli uccelli, mentre alcuni vecchi si sistemavano sulle panchine dibattendo allegramente, altri si appressavano a quello che doveva essere un campo da bocce. Tutto intorno era calmo e tranquillo. Capì allora che fra lui la piazza era nato un feeling. In questo nuovo quartiere aveva già trovato una amica.

E quindi si avviò al portone indicatogli da Leo.

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