Racconto senza nome,

 che iniziai a scrivere molti anni fa, e che non so quando finirò

Capitolo 1

"Roma è una strana città.

Molti dicono che non ci sia più verde, che rispetto alle altre capitali europee ci sia una più alta percentuale di cemento. Io non lo so ma in questa strada vedo una lunga fila di platani, vedo delle aiuole, vedo un tappeto di foglie umide strappate dagli alberi da questa gelida tramontana che snatura il clima abitualmente temperato di Roma.

È un vento che ti entra nelle ossa, che infrange ogni tipo di cappotto, che entra dal collo o dai polsini come entrerebbe l'acqua dalla muta mal stretta di un sub.

A Roma l'autunno arriva tutto insieme, un giorno fa ancora caldo e si può girare in maglietta, poi nel giro di una notte si alza un vento gelido e la mattina ci si accorge che l'estate è bella e finita. Anche se la temperatura non è ancora così bassa si ha l'impressione che le strade siano ghiacciate.

Ed è una sensazione che non conosce distinzione di classe, il ricco e il povero quando escono di casa sono uguali. È solo un attimo dopo che si vede la differenza, quando il ricco può attenuare il freddo rifugiandosi nel comodo riscaldamento della sua vettura. Se invece si aspetta l'autobus alla fermata il gelo ti prende alle guance e ti brucia, il naso sembra impazzire e le caviglie sono più dure di un sasso. Dentro l'autobus la temperatura non è superiore ma la schiacciata di gente scalda e si sta raccolti su se stessi con quel mal di testa dovuto al sonno che ancora si sente. Così per tutti inizia la giornata.

Roma è una strana città.

Anche se è piena di giardini non si vedono che macchine: macchine che cingono, macchine che invadono, macchine che divorano. Lungo le strade ininterrotte file di lamiere riempiono lo spazio che a loro non serve per muoversi, e a volte anche quello. È una rivoluzione silenziosa, la più ovvia manifestazione del progresso. La vita moderna è vita di relazione e il movimento ne è componente fondamentale, così che l'uomo guadagnandosi la possibilità del comodo trasporto, ha provocato la sua stessa immobilità, e, a conti fatti, impiega più tempo in macchina di quanto non ne impiegherebbe percorrendo lo stesso percorso a piedi.

Sono considerazioni ovvie, forse un po' retoriche, sicuramente qualunquistiche. Forse sono false, come sono false quelle informazioni che ci danno i telegiornali. Sono talmente false che ci si crede. E non potrebbe essere diversamente in questa vita falsa che ci fa dimenticare cosa siamo e ci fa credere dei essere diversi.

Vogliono farci credere che siamo un grande paese industrializzato, che la domenica allo stadio si giocano i nostri destini, che se scioperano i vigili urbani il traffico si blocca.

E vogliono farci credere che è importante avere dei soldi in tasca, che è necessario farne sempre di più, che chi non li ha non vale niente, ma non è solo questo. È che vogliono che il denaro sia il fine ultimo della vita, se uno fa qualcosa senza ricavarne un profitto come minimo è un fesso. Non c'è spazio per chi non ama i soldi in questo mondo, e non ci vuole molto a immaginare quanti disastri abbia provocato il denaro. Io odio il denaro!"

Questi ragionamenti idealisti rabbiosi contorti si agitavano nella mente di Marco. Viceversa il cuore non se ne dava a vedere: ogni battito seguiva ordinatamente l'altro, forse per rassegnazione.

Marco si serrava il cappotto scacciando gli spifferi di vento ad uno ad uno come si scacciano le mosche, era seduto su una panchina e l'automatico oscillare del suo piede solcava con ripetizione la terra umida tracciando archi di circonferenza più o meno regolari. Sulla punta della sua scarpa già si era raccolto un po' di fango e una sensazione di umido gli aveva già raggiunto il piede.

Con le spalle un po' curve i suoi occhi fissavano un punto indefinito di quel terreno fatto di terra e rada ghiaia. Ovunque un tappeto di foglie gialle staccatesi dai platani. Marco alzò la testa e guardando l'orizzonte vide i suoi ragionamenti: giardino, giardino, verde, poi muro di lamiere, poi strada, asfalto nero, poi muro di lamiere, poi giardino…..

Una atmosfera umida, ancora qualche goccia di pioggia che gli cadeva addosso dagli alberi, una aria frizzante nelle sue narici; Marco ripiegò la testa e seguitò i suoi pensieri: "domani inizio a lavorare".

"Domani mattina salirò sul 19 che mi porterà in piazza dei Gerani e inizierò una nuova vita. Certo per i primi tempi non potrò avere una grossa indipendenza economica, la paga sarà poco più di una mancia, ma l'importante è iniziare. E poi il lavoro potrà piacermi, io non voglio fare l'impiegato per 40 anni della mia vita come ha fatto mio padre. Io sono convinto che questo lavoro sarà tutt'altro che di routine."

A questo punto alzò la testa perché aveva udito da lontano come un suono molto riverberato, un'ovazione: la Lazio aveva segnato.

Lui non sopportava il calcio, il vociare monotono di mille radioline all'unisono, centomila sguardi su quella sfera di cuoio, milioni di commenti all'indomani. No, lui restava solo in quel giardino la domenica pomeriggio, una solitudine che gli era affine.

"Da domani sarò diviso fra Flaminio e Centocelle, e poi chissà come sarà piazza dei Gerani. Sono nato e vivo a Roma ma non so come è piazza dei Gerani. Leo mi ha detto solo di prendere il tram e di scendere al capolinea. Ecco come me la immagino: Un capolinea per chissà quante linee, tutte rotaie ovunque, quasi lo smistamento della stazione Termini. Ma poi chissà quanto tempo dedicherò a piazza dei Gerani. Sarà solo il luogo per prendere il tram o avrò il tempo per passeggiare? Resterà sempre anonima per me oppure diventeremo amici?"

Ma non era curiosità, e non aveva entusiasmo, era semplicemente atterrito da questo suo primo lavoro. Aveva una paura malinconica in quella domenica di ottobre. Aveva deciso di uscire di casa e di sfidare il freddo per "riordinare le idee", ma ogni sua fantasia veniva gelata dal pensiero di quello che sarebbe successo l'indomani.

E Marco era molto fantasioso: voli pindarici e castelli in aria, si estraniava totalmente dalla realtà annullando i suoi sensi per cui un qualunque rumore o sensazione gli provocavano un colpo. Ma quella domenica non aveva che un pensiero, come un bambino che vuole nascondere una disubbidienza cerca di pensare ad altro ma sente opprimente il pensiero della colpa.

"Adesso sto facendo la lagna; in fondo non casca mica il mondo. Forse ho paura di non essere all'altezza, forse ho timore del rapporto con le persone, forse in un lavoro creativo la mia fantasia non troverà una sua parte. E poi non sono obbligato a tenermi questo lavoro per tutta la vita, anche se non sarà facile poi trovarne un altro, specialmente per me che non sono laureato."

Visto da lontano, Marco, un ragazzo su una panchina. Un ragazzo con la barba e i capelli spettinati. Un aspetto da intellettuale introverso, un po' fuori dal tempo. Solo lui poteva stare in un gelido pomeriggio domenicale, da solo per ore in un giardino pubblico. Il giardino pubblico è ormai fuori moda. Non si paga nulla per entrare. Nessun cancello ti tiene fuori.

E dopo aver esaminato per ore tutti gli aspetti negativi ecco nascere dentro una sorta di entusiasmo. La riflessione ha dato i suoi frutti: ha mutato il timore in gioia ed ora si era pronto a partire. Anche subito.

"Domani Leo mi accoglierà nel suo studio ed io sarò il suo assistente. La mia vita sarà legata alla fotografia e forse un giorno potrò avere il mio studio. Allora sarò io ad aver bisogno di un assistente.

Domani mattina mi sveglierò alle sette e….."

Le strade cominciarono a riempirsi di centinaia di automobili dalle quali sventolavano tante bandiere bianche e celesti. L'arbitro aveva fischiato la fine della partita. La Lazio aveva vinto.

Da lontano arrivano le eco di cori vittoriosi, suoni di fischietti e rumore di tamburi. Mille clacson che suonavano insieme, anche il vento sembrò placarsi.

"Bene, ora telefono ad Antonella." E lasciò quel giardino per rientrare in casa.

 

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