Capitolo 5
La casa di Leo era piccola, ma ben sistemata. Poco distante dallo studio era al quarto piano di un palazzo moderno, dall'aria decisamente più signorile rispetto agli altri del quartiere.
Dal pianerottolo, tramite una robusta porta blindata si accedeva ad un piccolo salottino arredato con gusto. A terra, sopra il parquet, un ampio tappeto persiano, con un divano componibile in pelle bianca, rivolto verso quello che doveva essere un moderno caminetto, totalmente incassato nella parete. Fra questo e il divano, un tavolinetto rettangolare basso, formato da uno spesso cristallo, poggiato sopra un basamento di peperino grigio dalla forma irregolare. Una gran parte delle pareti era coperta da una libreria in legno smaltato bianco lucido, con sopra, ordinati con criterio apparentemente più estetico che funzionale, una gran massa di libri. Alcuni attuali, con le loro costole colorate, altri con rilegatura classiche in tessuto giallo, verde o amaranto. Qualche grande raccolta, con i suoi tomi tutti uguali severamente susseguenti. Nel complesso una impressione dinamica, quasi la libreria venisse riordinata con una certa frequenza.
Dava luce alla stanza una grande finestra a tre ante, dalla quale si poteva osservare il viale sottostante, con le due lunghe, ininterrotte file di alberi, il via vai incessante delle persone davanti ai chiassosi negozi e le strisce parallele delle rotaie del tram. Malgrado la fermata fosse proprio lì sotto gli infissi con i doppi vetri arrestavano a dovere i pesanti rumori dei tram e della folla, e nella stanza vigeva un'atmosfera calma, silenziosa e distaccata, quasi ci si fosse trovati in aperta campagna.
Proseguendo dal lato opposto all'ingresso, quasi a separare il resto della casa, un bancone in lamellare di frassino, appoggiato su un muretto di vetrocemento semitrasparente. Aggirandone il lato arrotondato appariva il cosiddetto angolo cottura. Tutto era celato da un numero impressionante di sportelli con finitura bianco marmorizzate, per cui un occhio meno attento non si sarebbe neanche accorto di essere in cucina.
Quindi per un ampio arco si entrava nella camera da letto. Si aveva subito di fronte una completa armadiatura bianca che cingeva e racchiudeva come uno scrigno il letto: tondo.
La casa era perfettamente in ordine, pulita e gradevolmente profumata, e quando Marco vi entrò restò a bocca aperta dalla meraviglia. Guardando intorno vide tante piccole soluzioni, a prima vista banali, ma efficacissime a rendere funzionale una piccola casa. Leo provava un certo orgoglio ma non lo diede a vedere. Condusse l'amico in bagno: "laviamoci le mani ora, che al lavoro abbiamo toccato chissà quante porcherie".
Leo e Marco erano praticamente coetanei, tuttavia Marco, dalla soggezione, si sentiva come un fratellino piccolo. Il bagno non era da meno del resto della casa. Sanitari firmati, di forme avveniristiche, rivestimenti venati con tonalità alabastro, piani in granito nero, e in fondo una grossa vasca idromassaggio.
"Accipicchia" disse Marco "non sapevo che tu avessi fatto i soldi!" "Ti svelerò un segreto" gli rispose, "questa casa l'ho comprata che era in condizioni disastrose. Ci viveva una anziana vedova che probabilmente non ci aveva fatto mai un lavoro. Le pareti erano coperte da una orribile carta ingiallita dal tempo e dalla nicotina. In cucina era tutto coperto da uno strato di grasso. Le stanze erano piccole e disposte irrazionalmente. Pensa che in una casa così piccola c'erano ben sette porte! Quando sono entrato qui la prima cosa che ho fatto è stata buttare giù tutto quello che c'era. Non ho lasciato una parete al suo posto. Ho dovuto rifare completamente tutti gli impianti, il bagno, la cucina.
Mi chiedi se ho speso molto?" Incalzò Leo, " ho capito subito, dai vari preventivi che mi hanno fatto le imprese, che la spesa sarebbe stata in ogni caso molto elevata, per cui ho deciso, forse un po’ incoscientemente, che non valeva la pena di risparmiare una piccola cifra, per poi ritrovarsi in una casa dove si sta male. Una vasca idromassaggio indubbiamente costa, ma rispetto al totale dei lavori è un'inezia. Vuoi sapere dove ho trovato i soldi? Io non lo so. I lavori li ho pagati piano piano con i proventi del lavoro. Alla fine ho calcolato il totale della cifra spesa. Beh, credimi non avrei mai immaginato di possedere una tale somma."
Leo fece accomodare l'amico al bancone, su di uno sgabello alto da bar. Aprì il frigorifero e ne estrasse una lattina di birra che versò in due bicchieri. "Prendi, ce la siamo meritata" disse.
Facciamo due spaghetti aglio e olio, va bene?" Poi, mentre cominciava a tagliare l'aglio, con voce profonda, quasi recitando, alternando sapientemente pause di riflessione, disse, come a riprendere il discorso interrotto: "mi chiedi se ne è valsa la pena? Sì, ti rispondo. Assolutamente sì. Marco io ho cominciato a vivere da quando sono qui dentro. Prima ero solo un ragazzino viziato. Potevo fare tutte le fesserie che volevo, tanto dietro alle spalle avevo mio padre sempre pronto a levarmi dagli impicci. Anche nel lavoro non mettevo responsabilità. Ecco, questa è la parola giusta, Marco: responsabilità. E parlo di responsabilità verso noi stessi. Quando giocavamo ai collettivi politici ci riempivamo la bocca con questa parola, ma solo ora che ho una vita mia riesco a capire veramente cosa significa. E ti assicuro che ora tutte le cose hanno più valore."
Marco ascoltava quelle parole di verità osservando l'amico con venerazione. Questi fece una lunga pausa, poi lasciando per un attimo la padella sfrigolante al suo destino, si rivolse verso Marco guardandolo fisso negli occhi: "Scappa! Marco, fuggi! Fatti una vita tua! Non importa quanto ti costerà. Non importa a cosa dovrai rinunciare. Devi nascere, nascere di nuovo. Fatti una vita tua, con Antonella o senza!"
Marco rimase per un attimo a pensare a quelle parole. Non si trattava solo di avere una casa tutta per lui, di non vedere più i genitori ogni giorno, ma di essere diverso. Ancora non sapeva come, ma ne era sicuro: essere diverso.
E si ricordò di quella volta a 17 anni che insieme ad alcuni amici voleva andare a vivere in un appartamento che avevano trovato in affitto per sole 150.000 lire al mese. E del padre che gli aveva detto: "e dove li trovi i soldi per mantenerti?" "Ma papà, sono pochi, li troveremo, farò qualche lavoretto." "Alla tua età il tuo lavoro è studiare. Finché non sei maggiorenne da qui non ti muovi."
E quando con Antonella era stato invitato a passare una settimana al mare con gli amici, in una casa tutta per loro, senza genitori fra i piedi. E che gioia lì! Fare la spesa, cucinare, lavare i piatti. Che senso di libertà!
E ripensò, ma con rimpianto, a quando dopo aver cantato e scherzato con i compagni, davanti al fuoco, in compagnia di bottiglie di vino rosso, si ritirava con Antonella nella loro stanza. Lei faceva cadere i suoi vestiti uno dietro l'altro, e lui riconosceva in lei la compagna, l'amica a lui vicina in una crescita interiore. Allora sì che aveva desiderato di amarla. Allora sì che quell'atto fisico esprimeva una vera totale unione. Ora invece….
Leo si accorse che l'amico era pensieroso. "Scusami" gli disse "non volevo mica spaventarti. Piuttosto prendi due scodelle da quella credenza che la pasta è pronta."
"Piuttosto Leo, lo sai che io di te non so niente? Cosa hai fatto da quando ci siamo persi di vista? Ti sei sposato, Vivi solo qui?" Leo rispose dopo aver addentato la prima forchettata di spaghetti: "Non sono sposato e qui vivo da solo. Fino a circa un anno fa avevo una storia con una ragazza. Avevamo fatto dei progetti e stavamo per fare il "grande passo". Ma poi mi sono accorto che tutto il nostro affiatamento non c'era più. Mi sono accorto che non c'era più amore, che eravamo solo affezionati l'uno dell'altro. Esteriormente eravamo molto espansivi, ci baciavamo in continuazione e stavamo sempre mano nella mano. Ma in fondo non ci amavamo più. E in quelle condizioni sposarci sarebbe stato un gravissimo errore. Quando l'ho capito ho deciso che dovevamo troncare. Ma è stato peggio che se mi avessero tagliato un braccio.
Mi ricordo quella sera, sono andato sotto casa sua con la mia macchina e le ho citofonato di scendere, che le avrei dovuto parlare. Lei aveva già capito tutto ed è entrata nella macchina piangendo. Fuori la pioggia batteva incessantemente sulla carrozzeria e i vetri erano tutti appannati. Non trovavo più parole, non trovavo più concetti, non trovavo più motivi. Lei non riusciva a ribattere niente, per quanto piangeva, e io che cercavo di essere il più dolce possibile, mi sentivo un verme. In quel momento l'amavo come non l'avevo mai amata, e anche io piangevo. Avrei voluto dirle "ricominciamo", avrei voluto dirle che forse era solo una crisi passeggera. Ma non l'ho fatto, e lei seguitava a piangere mentre l'accompagnavo al portone con l'ombrello. E piangevo io mentre tornavo a casa sulla tangenziale."
Leo si fermò un attimo a pensare, poi dopo aver fatto un profondo respiro continuò: "mi sembrava di aver commesso un sacrilegio. Ogni volta che sentivo una canzone o che vedevo qualcosa che mi ricordava dei momenti vissuti con lei, mi sentivo morire. La sera a casa il telefono taceva. Tante volte ho pensato: "se la chiamassi? Forse possiamo ricominciare." Ma non ne ho mai avuto il coraggio.
Per un lungo tempo non ci siamo più sentiti. Gli amici comuni, che in massima parte avevano solidarizzato con lei, mi raccontavano che era sempre molto triste. E questo mi uccideva. Mi dicevano che i suoi genitori avevano condannato il mio atto, che mi consideravano un vigliacco che sfugge alle proprie responsabilità. Un giorno sono venuto a sapere dagli amici che aveva iniziato una relazione con un personaggio poco affidabile, una persona ben conosciuta per i suoi "giri". E allora ho iniziato a pregare. Guarda, Marco, io non sono religioso, ma in quel periodo ti giuro che pregavo tutte le sere.
Finché ho saputo che era stata scaricata da questo individuo. Probabilmente lei ne soffriva, io iniziavo a respirare. Pochi giorni dopo l'ho rivista a casa di amici. Ambedue avevamo gli occhi velati di lacrime e ci guardavamo senza riuscire a pronunciare nulla al di fuori delle classiche frasi di rito. Tuttavia abbiamo ripreso a telefonarci e a trattarci da amici. Lei ora è la più grande amica della mia vita e ci sentiamo molto spesso. A lei solo so confidare tutte le mie angosce, le incertezze della mia vita, e la stessa cosa è per lei. Ultimamente si è messa insieme a un mio caro amico, una persona che stimo moltissimo, e sono molto affiatati. Spero che siano felici insieme. È molto bello il rapporto che c'è fra noi tre: non ci sono gelosie e io ho trovato finalmente la pace per i miei tormenti.
Per il resto ho di tanto in tanto qualche storia, ma non riesco mai ad innamorarmi. Forse cerco quello che non troverò mai."
Rimasero in silenzio per qualche istante, poi Marco, che non voleva che l'amico restasse con l'amaro in bocca, disse, quasi a provocarlo: "avrai avuto qualche storia con le tue modelle. Il tuo lavoro dovrebbe aiutarti in questo. Per esempio con quella di oggi, come si chiama…" "Paola. Mi ha raccontato di quello che è successo, della faccia da ebete che hai fatto quando l'hai vista nuda, eh? Eppure non credo che sia la prima donna che vedi nuda, no? Voglio dire, con Antonella…" Marco arrossì. "Sì, però oggi era diverso. Non so perché…. Ma forse anche per quel discorso che è come se fotografassi un rettangolo. Una donna è un rettangolo?"
Leo sorrise: "allora sono ancora capace di prenderti in giro! Tu credi che sia sufficiente rispettare quelle quattro regole che ti ho detto per fare una buona fotografia? Tu credi che guardando l'inquadratura sia sufficiente fermare la vista al vetrino smerigliato? Caro buon Marco, tu devi guardare il vetrino, la scena e anche dentro alle cose. Io conosco Paola, so quello che pensa e so che solo lei può darmi un'immagine così. Perché l'immagine non è solo la risultante dell'azione che degli stupidi raggi di luci, convergenti per il fuoco attraverso un pezzo di vetro sagomato, hanno su di una pellicola ricoperta di fetide sostanze fotosensibili, ma è il risultato dell'incontro fra la fantasia del fotografo e la personalità del soggetto. È un concetto difficile da spiegare, ma che capirai ben presto anche tu. Ti basti pensare che a me è sufficiente vedere una donna per capirla. E per capire se con lei si può iniziare un certo discorso fotografico.
Quanto al caso specifico" continuò Leo "Paola non me la sono mai…. diciamo… "passata". Non ci ho neanche mai pensato. È una ragazza che ha molte potenzialità, è molto espressiva, e malgrado tu l'abbia vista spogliarsi così disinvoltamente, è una ragazza molto seria, che ha ben capito che cosa potrà darle la professione di modella, e viceversa quello che non potrà mai avere.
Ricordati" il parlare di Leo era ora molto deciso, "solamente le cattive modelle te le ritrovi al letto col fotografo. E un buon fotografo non manderebbe mai a puttane una produzione scegliendo una modella non adatta al solo scopo di portarsela a letto.
E per concludere, se per ipotesi dovessi farti venire qualche fantasia con le ragazze, accertati prima che siano maggiorenni, altrimenti puoi passare guai grossi. Per Paola ad esempio io ho l'autorizzazione scritta dei genitori per fotografarla. Mi ricordo all'inizio della mia carriera, ho fatto qualche scatto ad una ragazza che avevo conosciuto, senza curarmi di sapere la sua età. Apriti cielo! Mi ha telefonato il padre facendomi una scenata, quasi fossi un maniaco sessuale. Minacciò di denunciarmi per abuso di minore. Alla fine sono riuscito a convincerlo che si trattava di fotografie innocenti, e ha accettato di chiudere la faccenda, ma ha voluto le foto. Io sono stato ben lieto di dargliele e di quella ragazza ho addirittura cancellato il telefono sulla mia agenda."
Marco cercò di rassicurare l'amico: "non c'è problema, lo sai che sono felicemente fidanzato, no?" Leo lo guardò con aria inquisitrice: "felicemente?"
Quando prima Leo aveva raccontato la triste storia della sua precedente ragazza, Marco aveva avuto un groppo alla gola. In effetti vi era più di una analogia con la storia del suo rapporto con Antonella. Erano dubbi che si era sempre tenuti dentro, che rimuginava nelle lunghe ore passate con lo sguardo perso nel vuoto. Ma adesso che con Leo aveva parlato in maniera più che confidenziale, decise di chiedere il parere dell'amico.
"Vedi, Leo, si può dire che io sia condannato al fidanzamento e al matrimonio. Il nostro rapporto ha assunto ormai una routine che ci toglie ogni emozione. Il nostro presente è programmato, il nostro futuro è programmato. Fra pochi giorni quando Antonella si laureerà, cominceranno i preparativi per sposarci, con buona pace dei genitori. Il problema è che io non ne sono assolutamente convinto. Leo, io mi riconosco un po' in quello che mi hai raccontato prima. Penso di non provare più per lei quello che provavo una volta. Vedi, a volte faccio dei sogni strani: sogno di conoscere magari una ragazza semplice, di innamorarmi di lei con semplicità e di amarla con enorme dolcezza. E mi sveglio abbracciato al cuscino, e mi accorgo che la realtà è molto meno semplice. Mi ritrovo a recitare un copione che qualcuno ha scritto per me. Non mi sento più spontaneo. Non so se ti ho reso l'idea."
"Ti capisco" rispose Leo, "e lei cosa ne pensa?"
"Non lo so. Lei è sempre impegnatissima: l'università, la danza, la palestra, ha addirittura riacquistato quel rapporto con i genitori che aveva perso negli anni passati. Sembra come se lei questi dubbi non li avesse. È tutta galvanizzata dalle sue prospettive professionali, già si vede donna in carriera, sposa e madre. Io non lo so, l'ho conosciuta che era femminista!"
"Scusa se mi faccio gli affari tuoi" disse Leo, "ma a letto come va?"
"Forse ti sembrerà strano, con tutte queste storie di donne frigide, ma qui sono io che ho dei problemi. Ho l'impressione che ormai fare l'amore sia solo un'abitudine. Devi sapere che i suoi genitori tutti i lunedì sera vanno a sentire i concerti all'auditorium di S. Cecilia, ormai da anni hanno l'abbonamento. Ebbene tutti i lunedì io sono convocato a casa sua per fare l'amore. Ma io ho l'impressione che lei neanche mi guardi in faccia. Ci infiliamo nel letto senza dirci una parola, che so io: "ti amo". No, neanche quello. Io gliel'ho detto: "non mi dici mai "ti amo". Sai cosa mi ha risposto? "Ma lo sai che ti amo, che bisogno c'è di ripeterlo sempre". Beh, per me c'è bisogno, eccome!"
"Oggi è lunedì" disse Leo "stasera ti tocca". "Eh, già! Ma dimmi Leo, cosa devo fare? Devo fare come hai fatto tu? Non credo di averne la forza."
"Non sarei un buon amico se decidessi io quello che devi fare. Usa la tua intelligenza e la tua sensibilità per capire quello che è giusto, vedrai che troverai da solo le risposte. Io ti voglio dire solo una cosa: non chiuderti in quello che hai. Impara a vedere oltre, anche quando i tuoi occhi si fermano. Non credere che è già tutto deciso. Vedi quante cose hai imparato oggi? L'avresti mai detto soltanto ieri?"
"Leo, io ti ringrazio che mi sei amico. Tu sei la prima persona a cui confido queste mie angosce. E tu mi aiuti, oltre che con il lavoro che mi hai offerto, anche con l'amicizia. Ti assicuro che ora mi sento rinascere!"
"Dai, non ti commuovere, che dobbiamo tornare al lavoro. Abbiamo giusto il tempo per prenderci un caffè. Ricordati che viene quella ragazza a farsi le foto per il book."
"Tu la conosci?" "No, mi ha telefonato quando eri al laboratorio. Forse me la manda qualche amico."
"E non sei curioso? Chissà che tipo è. Ma a te basterà vederla per capire tutto di lei, vero?"
"Se è per questo credo di aver capito molto ancor prima di averla vista. Credo che sia una sciacquetta. Una montata piena di soldi che magari solo perché ha fatto piangere qualche bamboccio, si sente indispensabile per il mondo della fotografia, per il cinema, la televisione. Poveraccia, non vorrei essere al posto suo."
"Oh, che serpe che sei!" esclamò Marco.