Capitolo 2
Marco rientrò a casa, aprì la porta di pesante legno massello e iniziò a calpestare il pavimento di quel vecchio appartamento patrizio: la sua casa.
Passando per il corridoio vide che la porta a vetri del salone mandava dei bagliori. Probabilmente sua madre era lì a vedere "Domenica in". Doveva però essersi addormentata perché dalla voce di Paolo Valenti, peraltro a forte volume, si capiva che stavano trasmettendo "Novantesimo minuto", e mai la madre sarebbe stata interessata a trasmissioni riguardanti il calcio.
Marco non entrò a salutarla, tanto……
Entrò nella sua stanza, la stanza di un "sessantottino", qualcuno avrebbe detto, anche se lui nel 68 aveva solo tre anni. Un fitto tappeto, rosso come le pesanti tende alla finestra, e qua e la qualche cuscino. L'arredamento era quel che si definisce: "alla marinara". L'armadio bassino, ma di un pretenzioso noce lucido, con le sue ante a persiana, faceva corpo unico con la libreria. Il letto, anche esso del pesante legno, appariva come quanto di più scomodo e anti ortopedico si potesse immaginare. Presentava sul fianco due cassetti le cui maniglie estraibili in ottone, invece di facilitarne l'apertura, la rendevano una operazione scomoda e rischiosa. Copriva il letto una sovraccoperta pelosa, di tipo "peruviano", con motivi bianchi e ocra. Nella parete di fronte al letto, cosa pressoché obbligatoria per i giovani cosiddetti "di sinistra", il manifesto con l'immagine stilizzata del Che. Sulle altre pareti altri manifesti, foto, oggetti che solo a lui potevano ricordare qualcosa.
La stanza era rimasta la stessa da molti anni. L'unica cosa che Marco aveva rimosso con rabbia era la bandiera rossa con la falce e martello, vessillo del P.C.I. La "svolta" di Occhetto era stata per lui una grande delusione, e aveva giurato a se stesso di non votare più.
Sulle numerose
mensole una grande quantità di libri, disposti in disordine, alcuni in piedi,
altri impilati. Opere di vario genere: politico economiche: Marx, Engels,
religiose: Il Corano,
Su uno scaffale le riviste di fotografia il cui peso faceva traballare pericolosamente la struttura. E su ogni mensola, su ogni scaffale una miriade di oggettini il cui significato solo lui conosceva. Dove un sasso, dove un brandello di stoffa, oppure un pezzo di metallo o di legno. Inutilmente la madre lo aveva pregato di levarli, di mettere un po' d'ordine, di consentire alla donna di servizio a ore di spolverare. Marco diceva che ognuno di quegli oggetti era un ricordo di qualche situazione e che emanavano quasi una vibrazione, una sorta di energia che ogni oggetto racchiudeva del suo tempo ed emanava nel presente.
Nei cassetti una marea di carte, fogli, anche quelli ricordi di altri tempi: confessioni di ragazze, dichiarazioni di amicizia del più caro compagno di classe, che non vedeva ormai da 5 anni, le "famose" agende, dalla prima, quella del 1980, quando sentì la necessità di confidare alla carta tutti i suoi pensieri, quelle degli anni che si era messo con Antonella, degli anni del deludente tentativo universitario, fino a quella dell'ultimo anno, diversa dalle altre come diverso lo era stato quel periodo. Aveva infatti prestato il servizio militare.
Ma il "sancta sanctorum" di questo tempio, che era la sua stanza, era in basso nello scaffale. Dietro uno sportello c'era quello che era a lui più caro: la sua macchina fotografica, con un corredo essenziale di accessori. Una passione che lo aveva coinvolto totalmente. Migliaia di fotografie in bianco e nero e di diapositive a colori, conservate ancora nelle scatole della carta sensibile. La fotografia gli aveva dato molte soddisfazioni: aveva delle buone capacità e sapeva esprimerle al meglio. Fotografava di tutto. Era capace di scattare un intero rullo solo percorrendo a piedi una strada. E non erano mai foto banali, ogni particolare era valorizzato e posto nella giusta evidenza.
Naturalmente non sono doti che vengono fuori per caso, egli sapeva vedere, egli analizzava ogni fotogramma che i suoi occhi mandavano al cervello, e in ogni scorcio sapeva combinare i vari elementi fino a costruire un'immagine completa. La fissava poi "parzialmente" con uno scatto. "Parzialmente" perché, e questa era sempre stata una sua spina nel cuore, la pellicola non era sensibile agli stati d'animo, ai pensieri della gente, può solo mostrare la vista esteriore di una situazione, ma non la sua essenza.
La macchina fotografica era diventata un'appendice del suo corpo, non ci si separava mai. Quando, da studente, andava alle manifestazioni, la macchina era sempre pronta nelle sue mani, ma non per riprendere le cariche della polizia o le provocazioni degli autonomi, ma per fissare le facce dei compagni che gridavano, della compagna che teneva lo striscione, del compagno che parlava nel megafono. Tutti con un incedere grintoso, a testa alta, guardando avanti. Non poteva però riprendere i pensieri del compagno che strillava ma che in fondo non aveva capito niente, o della compagna che mentre teneva lo striscione temeva la reazione dei genitori, o a quello che più strillava dentro a quel megafono, più pensava che quello era solo fiato sprecato.
Poi di corsa a casa a sviluppare i rullini per vedere "in anteprima" le immagini della manifestazione, per vedere le facce di Mario, di Enzo, di Paola, di Alessandro, di Flavia, di Cristina, di Leo, di Giacomo, di Marta e …. di Antonella. Poi, tutta la notte, nella sua stanza trasformata in camera oscura, a stampare le foto per poterle portare a scuola l'indomani, e che importa se bisogna dormire con le finestre aperte in inverno, perché l'aria è satura dei vapori degli acidi per lo sviluppo e il fissaggio.
Qualche volta se l'era vista brutta, come quando aveva fotografato i fasci con le catene fuori da scuola. Se ne erano accorti e l'avevano aspettato a lungo.
In conclusione la fotografia aveva significato per lui una totale passione, un impegno continuato, fino a quando, col lasciare la scuola e col frequentare Antonella, la voglia di fotografare si era attenuata. La macchinetta sempre più spesso veniva lasciata a casa e il numero dei rulli scattati diminuì sensibilmente. L'ultimo anno poi aveva scattato sì e no 2 foto, e controvoglia.
….Ma ora sarebbe iniziata una nuova avventura fotografica e……
Completava l'arredo della sua camera da letto una chitarra appesa al muro, la sua vecchia chitarra con la quale aveva passato tanto tempo e aveva suonato un'infinità di canzoni. Qualcuna ne aveva anche composta: canzoni apparentemente senza senso, la musica la più ovvia, le parole quasi messe a caso, come in una pittura astratta. A lui solo era noto il loro significato, e non aveva mai trovato la necessità, ne la voglia di spiegarle a qualcuno.
Canzoni di una malinconia infinita, nelle quali il tasto batte sempre nello stesso punto, una ricerca del nostro essere, di una persona che non è riuscita, come fanno altri, a essere protagonista della sua vita, a cavalcare la sua esistenza. Cercava in se una spiegazione al proprio esistere, quella che non aveva trovato nella religione e nella scienza, e ogni riflessione era una nota che vibrava soprattutto in se stesso. La somma angoscia di un perché senza spiegazione diventava una canzone.
La porta di questa stanza si aprì a un Marco insolitamente ottimista, che con aria rincuorata si avvicinò al telefono e compose il numero di Antonella.
Rispose la madre: "buonasera, signora, sono Marco, come sta? E suo marito? Siete stati al ristorante? Siete tornati adesso?" La madre di Antonella rispondeva con franco disinteresse a quelle domande di circostanza.
"Potrei parlare con Antonella, per favore?" come se quello non fosse stato lo scopo della chiamata.
Vedeva dalla finestra ancora macchine impazzite che si muovevano festose sulla via Flaminia, sventolando bandiere e suonando il clacson. Poi davanti a se l'austera sagoma dei monti Parioli con il parco di villa Balestra.
"Ciao, come stai? Sei tornata ora? Ci vogliamo vedere? Vengo a prenderti, stiamo un po' insieme, poi andiamo in pizzeria, se vuoi. Così festeggiamo in anticipo il mio nuovo lavoro, ma senza fare tardi, che domani mi devo svegliare presto."
Difficilmente una persona appena tornata da un ristorante è entusiasta di un invito a cena, ma Antonella non riusciva proprio a concepire una serata passata in casa, magari andando al letto presto, non volle fare un'eccezione e quindi acconsentì.
Nel giorno in cui ritorna l'ora solare la sera sembra scendere in un attimo, e fu sufficiente il tempo di cambiarsi d'abito e fuori già era buio.
La madre bussò alla porta e gli disse: "ah sei tornato; potevi almeno farti sentire. E che già esci?" "Non lo so!" rispose bruscamente Marco.
Nella sua vita non c'era posto per sua madre. Era stato un incidente, una grave macchia avere una madre, una persona che ti conosce da quando sei nato, che sa di te più di te stesso. Quando si vuole essere grandi si vorrebbe cancellarla la madre. Quando poi la madre vorrebbe fare la madre, essere sempre uguale per un figlio che non ha più bisogno di lei, si arriva ad odiarla. Marco e la madre non si parlavano più da molti anni. Marco si sentiva limitato, controllato, quella faccia, la solita faccia. E poi una persona così umana, col sonno, l'appetito, un senso dell'umorismo ormai scontato. Marco ci si vedeva specchiato e la odiava, la riteneva responsabile dei suoi difetti.
Marco infilò la giacca di renna e uscì di casa. In istrada un movimento diverso da quello del pomeriggio: signori passeggiavano osservando le vetrine spente dei negozi. Tutti andavano organizzandosi la serata, molte automobili erano ferme al semaforo donando alla via Flaminia un aspetto quasi feriale. Lui non aveva la macchina. In virtù delle sue idee ecologiste si era sempre rifiutato di prendere la patente e neanche la promessa fattagli dai genitori di comprargli una macchina nuova l'aveva indotto a rivedere questa posizione.
Si muoveva con la tessera "Intera rete" e grazie a una perfetta conoscenza di tutti gli itinerari dell'ATAC, viaggiava tranquillamente raggiungendo ogni posto di Roma. Senza fretta, il caos e i volti inferociti degli automobilisti, gli erano indifferenti. La triste sorte dell'autista del mezzo pubblico, che a volte si sfogava con modi non proprio urbani, gli faceva compassione. Un respiro profondo e la sua mole era pronta per essere trasportata su quei sedili di fòrmica, o aggrappato ai corrimano di alluminio, unti di sudore.
L'autobus era l'ideale per le sue astrazioni. Galoppava con la fantasia, trovava le soluzioni a mille problemi, non percepiva chi gli rivolgeva la parola, e qualche volta non si accorgeva neanche della sua fermata e la superava.
Del resto era fortunato ad abitare in un quartiere molto ben collegato, e dove non arrivava l'autobus arrivavano le sue gambe. Era infatti un instancabile camminatore. Fece quindi due passi girando intorno al suo palazzo e andò a prendere il 48 sul lungotevere. Il traffico si era ormai normalizzato e in poco tempo raggiunse via Igea dove abitava Antonella.
Suonò al citofono. Rispose la madre che lo pregò di attendere un attimo che Antonella si preparasse. Marco si dispose quindi per una lunga attesa, come sempre avveniva quando andava a prendere la ragazza. Quel giorno pensò alla sua vita con lei e, alla vigilia dell'inizio del nuovo lavoro, volle fare un bilancio di questa unione.
Aveva conosciuto Antonella al liceo, quando si erano ritrovati in classe insieme. Quando poi lei iniziò ad inserirsi nel collettivo politico, del quale lui da tempo faceva parte, Marco si innamorò di quella ragazza con i lunghi capelli neri, il viso allungato che sminuiva il grosso naso. Una vera "compagna", sempre coi jeans (Marco non ricordava di lei una gonna), con la borsa di Tolfa, scarpe pesanti, un'aria dolcissima.
Marco, non bello, mai troppo fortunato con le donne, cominciò a corteggiarla con la sua aria da ideologo, sfruttando quella posizione di preminenza nel collettivo che aveva in considerazione della sua abilità dialettica e della sua costanza politica. Quella ragazza, molto intelligente, con radicate idee femministe, spregiudicata e sveglia, accettò di mettersi con lui e la loro intesa divenne ben presto assai cementata.
Condivisero assieme centinaia di manifestazioni, picchetti, assemblee, conobbero la mano dura della polizia, i pestaggi dei fasci, lo scandalo dei professori. Si amavano sinceramente, con molta dolcezza, ma non si ponevano mai al centro dell'universo, erano coscienti che prima del loro amore veniva la causa della loro militanza politica, ossia il desiderio di lottare contro una società che sfrutta le classi più deboli.
Nei primi tempi fu un amore dolcissimo, ognuno trovava nell'altro il proprio complemento. Crebbero e maturarono insieme. Lo spirito scorbutico di Marco andò via via addolcendosi, così come la timidezza di Antonella si temprò nel contatto con quella persona così sicura di se.
Trovarono improvvisamente uno scopo per quei pomeriggi passati insieme a far niente, e il passeggiare nelle strade divenne più vero. Si riappropriarono della natura che li circondava e perfino la lotta politica si riaccese con nuove motivazioni.
Non era il loro primo amore. Marco aveva avuto diverse compagne, con rapporti sempre costruttivi, ma quella volta era diverso. Quanto ad Antonella prima di andare al liceo aveva avuto altri ragazzi, poi con la presa di coscienza femminista aveva avuto quasi un rigetto della maschilità, disprezzando la vanità dei suoi innamorati che gli promettevano un futuro tranquillo. Il femminismo gli aveva fatto scoprire di essere donna, autonoma, autosufficiente e preziosa. Non sentiva alcuna necessità di legarsi a un individuo di sesso maschile. Stimava tuttavia quegli uomini che sembravano capire il femminismo e che si spogliavano di tutte le loro bieche prerogative, dell'arroganza maschilista. Stimava l'uomo che sapeva annullarsi e cominciare da zero, e in Marco vide tutto questo. In effetti Marco riusciva a avere con le ragazze un rapporto meraviglioso.
Poi gli anni della scuola passarono, lei si iscrisse alla facoltà di giurisprudenza, lui a matematica, seguendo le "naturali inclinazioni". All'università non fecero attività politica poiché non era più come al liceo un collettivo che portava avanti la sua lotta. Lì era una cosa ben più grande, una cosa che li spaventava.
Per Marco l'inserimento nella realtà universitaria fu traumatico. Lui era abituato ad avere una cerchia di amici sinceri in relazione ai quali vivere la sua esistenza secondo il detto "uno è quello che gli altri credono che sia. Invece l'università con quelle aule enormi, il via vai incessante di facce sempre nuove, l'impossibilità di stendere un qualsiasi legame con gente con il cervello pieno solo di formule matematiche e di teoremi da dimostrare, il professore luminare in cattedra, le spiegazioni a senso unico, era come un muro per lui.
Per giunta il metodo di studio non fu fra i più felici perché, potendo programmare le sue attività con una libertà mai avuta prima, e senza alcuna forma di controllo, finì con lo sprecare il suo tempo. Insicuro sulla propria preparazione, iniziò a rinviare gli esami, riuscendo a superare, peraltro con modesti voti, solo quelli che gli permettevano di rinviare la chiamata alle armi.
Dopo due anni decise di sospendere gli studi e di partire per il servizio militare, con l'intenzione di decidere poi, in un secondo momento, cosa fare della sua misera carriera universitaria. Fra l'altro, dato il costante aumento delle tasse universitarie, i suoi genitori mostravano non gradire molto quel suo modo di studiare.
Antonella invece si adattò subito al nuovo corso, e cominciò a studiare abbastanza proficuamente. Conobbe alcuni compagni di corso insieme ai quali regolarmente studiava. A volte, dopo lo studio si usciva insieme la sera. In poco tempo abbandonò i suoi modi da "compagna femminista" e assimilò quelli delle sue nuove amiche, le quali, provenienti dalle più disparate esperienze, apparivano alquanto disimpegnate. Un giorno si tagliò i suoi lunghi capelli neri e volle farsi la permanente. Poi prese qualche chilo e perse quell'aria esile che aveva. Iniziò a vestirsi alla moda e ad atteggiarsi. Piaceva sempre meno a Marco.
Quindi, in capo a qualche anno, fra i due non v'era più amore, e stavano insieme così, forse solo per affezione. Era una situazione che faceva stare molto male Marco, che aveva visto una dolcissima compagna divenire acida, altezzosa, boriosa, e che soprattutto assisteva impotente all'inesorabile declino del suo amore. Riprese quei modi un po' scorbutici che aveva prima, e a poco a poco si richiuse in se stesso.
Antonella invece, pur essendo molto gelosa, lo considerava ormai in una prospettiva futura: Marco doveva essere semplicemente l'uomo della sua vita. Quanto a questo fastidioso calo di passione, cercava di ignorarlo, distraendosi, così di tanto in tanto, ossia tradendolo. Ma tradimenti senza importanza, che poi è inutile confessare.
Lo schiudersi del cancello della moderna abitazione di Antonella, scosse il giovane dai suoi pensieri. Sull'uscio apparve la sua ragazza con un vestito a fiori che la faceva sembrare ancora più grassa. La carnagione olivastra era resa irreale dalla illuminazione stradale monocromatica gialla, e i capelli così tagliati, quasi a caschetto pur se gonfiati da una inquietante pettinatura, le davano un'aria da signora quarantenne.
Si abbracciarono, poi si avviarono a piedi alla pizzeria di via Sangemini, facendosi partecipi delle loro giornate.
La luce proveniente dal lampione, sospeso al centro della strada a cui il vento donava un moto pendolare, proiettava sul marciapiede le ombre dei due giovani che si tenevano per mano.