Capitolo 9
Tornati allo studio, incontrarono Leo, che era intento a fotografare altri abiti della stessa collezione. Dagli occhi di entrambe traspariva una nuova luce ed egli notò per la prima volta che in fondo fra l’amico fotografo e la modella bambina vi era una certa somiglianza.
Che risate che si fecero tutti al racconto di quella tragica esperienza! Ed in tutto questo Marco aveva scattato non più di una diecina di foto!
Una nuova luce illuminò la stanza, affacciandosi alla finestra i tre si accorsero che la fitta coltre di nubi stava cedendo il passo ad un cielo terso e limpido. Si annunciava un tramonto clamoroso.
“Andiamo” disse Marco “conosco un posto bellissimo, se ci sbrighiamo faremo in tempo a completare il servizio”
“Andate” rispose Leo “ma quale è questo posto bellissimo?”
Roma è una strana città, ma quando, dopo una giornata di tempo furioso, il sole si libera dal velo delle nubi violacee, dipinte come in una scenografia di un teatro parrocchiale, e va a riposarsi, dietro la cupola di S. Pietro, allora ti accorgi che anche la ghiaia che suona sotto scarpe, assume una nuova forma, una nuova consistenza, una nuova importanza.
Ogni
turista che visita
Il
Giardino degli Aranci è un piccolo angolo di paradiso sul colle Aventino.
Isolato quanto basta per non essere sovrastati dal mormorio continuo del
traffico, si affaccia sul corso del Tevere, proprio di fronte all’antico
istituto del S. Michele, dove un tempo vi era il porto di Ripa Grande, prima che
i muraglioni, realizzati alla fine del 1800 per proteggere Roma dalle frequenti
alluvioni, cancellassero tutto quello che si protendeva verso l’acqua,
contribuendo a rendere avulsa
Dietro al vasto edificio si estende Trastevere, devastato dagli sventramenti dell’epoca umbertina. Chi visita questo antico rione cercandovi l’essenza della Roma storica, non sa di muoversi in un ambiente fondamentalmente diverso.
Con entusiasmo Marco e Paola entrarono tenendosi per mano nel giardino. Lei davanti quasi lo tirava. Andarono subito ad affacciarsi alla lunga balaustra che cinge il lato settentrionale. Marco estrasse la macchina fotografica, fece qualche passo indietro, e inquadrò la modella, appoggiata di schiena al parapetto. Lei voltò la testa illuminata dal sole ormai radente, al suo indirizzo e sorrise.
Fece un primo scatto, poi le gridò “Ferma così” e messo velocemente il teleobbiettivo, vide, nel mirino della macchina, il primo piano del viso dolcissimo della ragazza. Scattò ancora, poi, quando al sollevamento dello specchio rivide il suo volto, si accorse che era contratto in una smorfia di dolore.
Immediatamente corse verso di lei: “cos’hai?” ma Paola, bianca in volto, si accasciò a terra. Quando Marco arrivò a prenderle la mano, altre persone già la sostenevano, e lei iniziava a riaprire gli occhi. “Lasciatela respirare” disse alla gente, e accarezzò il suo viso freddo. Lei strinse il suo braccio e gli disse: “sto bene, non è niente”.
“Come non è niente?” “Sono stanca…la giornata… è stata pesante, ma adesso sto bene, Dai, continuiamo…”
“Ma come continuiamo?” esclamò Marco. “ricordati dobbiamo consegnare domani” rispose lei. “Il lavoro aspetterà. Ora ti accompagno a casa” “Ma dai, posso andare da sola, c’è l’autobus qui vicino” “No, mi dispiace ma non ti lascio. Dove abiti?” “A Prima Porta. Dai Marco, fammi andare da sola, è lontano, farai tardi” “Non se ne parla, andiamo insieme”.
Scesero insieme il Clivo dei Publìcii ed arrivarono al Circo Massimo che era già buio. Li aspettarono il 204 abbracciati.
L’autobus nel suo lungo percorso passò sulla via Flaminia davanti al palazzo dove abitava Marco. Lui glielo fece notare e lei disse “Scendi, vai a casa, che anche tu sarai stanco”, ma lui le rispose con uno sguardo traverso, che non ammetteva repliche.
Quando l’autobus, dopo un’ora buona di viaggio, arrivò a Prima Porta, Paola non provò nemmeno a convincere Marco a tornare subito, ma si strinse al suo braccio, e si diressero a casa. Arrivarono ad una palazzina di modesta edilizia abusiva. “Sali che ti faccio conoscere mia madre” gli disse.
L’appartamento al secondo piano dove abitava Paola era composto da una stanza che era insieme ingresso, salone, cucina e tinello, e da una camera dal letto, nella quale dormivano, nello stesso letto matrimoniale, Paola e la madre. La semplicità dell’ambiente manifestava la modesta condizione della famiglia, tuttavia si respirava comunque un’atmosfera di grande dignità. Alle pareti, su grandi mensole, erano esposti oggetti di cucina dal sapore antico, quasi fossero stati portati in questa modesta cucina, da un grande casale di famiglia.
La madre era seduta ad un tavolino di fòrmica al centro della stanza. Al rumore della serratura si alzò e andò ad abbracciare la figlia. Dopo aver conosciuto Marco, la signora fece accomodare l’ospite al tavolino e mise sul fuoco l’acqua per il the.
Marco la osservò: sembrava abbastanza anziana, ma, forse proprio per questo, dai modi squisiti. Piccola e un po’ incurvata, una ciocca di capelli grigi le uscivano dal foulard annodato sotto il mento. Indossava un abito da casa di foggia rustica con una gonna grigia.
Sedettero tutti e tre sorseggiando il tiepido infuso. La madre iniziò a raccontare a quell’ospite che ispirava così tanta fiducia, la sua condizione di donna abbandonata dal marito molti anni fa, che ha dovuto crescere da sola questa sua unica figlia. Raccontò dei mille sacrifici per tirare avanti solo con la sua piccola pensione, e ancora della figlia che, avendo questo talento naturale per la posa, ha voluto lasciare la scuola ed iniziare a lavorare per dare il suo sostegno alla famiglia, per assicurare una vecchiaia serena alla madre. E siccome aveva dimostrato anche una certa attitudine per gli studi, continuava a studiare per conto suo, la sera e nel tempo libero, per conseguire il diploma da privatista, dapprima perché pensava che non si può fare la modella a vita, ma poi….
In quella atmosfera calda, con le gote che diventano rosse, il tempo fa presto a passare. Marco ad un certo punto decise di lasciare sole le due donne e di tornare a casa. Paola lo accompagnò sul pianerottolo. Lì gli prese entrambe le mani e gli disse: “ grazie per tutto, Marco, non solo mi hai aiutata, ma mi hai dato la forza. Ci conosciamo solo da due giorni, ma ti sento molto vicino e… ti voglio bene… sì, ti voglio bene. Lui la fissò negli occhi e rispose: “Sì, anche io sento di volerti bene. Malgrado tutto oggi è stata una bellissima giornata. Non la dimenticherò mai” Si sporse per salutarla e si unirono in un lungo tenero bacio.