Capitolo 8

 

Capranica si stende lunga su di una collina, ad una cinquantina di chilometri da Roma, lungo la via Cassia. La dove la consolare compie una profonda esse, declina dolcemente diradandosi verso la campagna, sì che il lastricato lentamente si amalgama con l’erba dei campi che all’improvviso si aprono allo scadere dei portici.

Quando Leo gli aveva affidato questo primo lavoro, aveva lasciato a Marco la scelta del luogo dove fotografare. Marco era spaventato da tutta questa fiducia: da solo con una macchina fotografica e una modella. E se poi il risultato non fosse stato all’altezza delle aspettative? C’era una scadenza da rispettare e da questo dipendeva almeno un mese di lavoro. Questo lo sapeva anche Leo, ma sapeva anche che solo dando fiducia all’amico, poteva fare di quello spaurito ragazzo, un vero fotografo sicuro di se.

Ma un’altra angoscia turbava il neo fotografo: egli non era certo nuovo a riprendere pose di ritratto, ma questa modella, Paola, non riusciva proprio a capirla. Così giovane, portava a spasso la sua immagine, pronta ad imprestarla per qualunque situazione le venisse richiesta. Pronta ad offrire il suo sorriso, così a comando, sapendo nel contempo adattare ogni sua espressione, nell’assecondare ogni idea del fotografo. Ma come era veramente?

Camminava al suo fianco, e a volte, quando nei passaggi angusti le cedeva il passo, lo precedeva, sì che Marco poteva osservare la sua piccola, ma ben proporzionata figura, avvolta in un’ampia mantella di lana color grigio perla, con in testa un cappellino della stessa stoffa.

"Collezione dedicata ad una clientela giovane e dinamica, mah!" Pensava Marco fra se e se:   questo vestito farebbe sembrare vecchia persino Antonella, figuriamoci questa che avrà dieci anni di meno". E invece la modella bambina sembrava a suo agio dentro quel mantellone, come se lo avesse sempre portato.

"Dai, iniziamo". Vicino al muro pietroso dì una casa, lei si voltò verso dì lui, in una smorfia arricciò leggermente il naso e si sciolse in un sorriso perfetto. "Paola, Paola" pensava mentre metteva a fuoco, "cosa hai li dentro? Cosa nascondi dietro quei tuoi grandi occhi neri? Basta solo che te lo chieda e tu puoi farmi qualunque espressione. Ma quale e' quella tua vera?"

"Paola, Paola, perché una ragazzina della tua età sceglie di posare? Lo fai per soddisfare la tua vanità? Oppure lo fai per denaro? Alla tua età! Forse non hai neanche scelto tu."

"Paola, Paola, cosa pensi di me? Hai avuto dei timori a venire qui con me da sola? Ti dispiace che questo tuo servizio sia stato affidato ad un novellino? Sei così giovane, ma puoi insegnarmi tu il lavoro".

Una botte enorme, come non l'aveva mai vista, era lì dietro un angolo della stradina, il legno scolorito, coperto di muschio. “Riesci a salire lì sopra?" Paola si appoggiò alla mano che Marco le aveva porto. "Si, va bene così, e; stupenda questa foto!" Prima di far scendere la ragazza, Marco prese il teleobbiettivo dalla borsa e la inquadrò in primo piano. Questa volta volle fotografarla senza che si mettesse in posa, in un attimo quando non se la aspettava. Aveva notato un fondo di angoscia, nel suo viso sempre pronto a plasmarsi. E se fosse stata quella la sua vera espressione?

Un vasto territorio leggermente scosceso si stendeva lasciate le ultime case, in fondo doveva esserci una valle, lo si intuiva, ma davanti a loro, ad una distanza notevole, un solitario ciliegio, con le sue fronde volte al cielo. Paola si abbassò nell'atto di raccogliere dal suolo qualche ciliegia caduta dall'albero. Marco, col teleobbiettivo, da una trentina di metri, fece qualche scatto, poi, raggiunta la ragazza, vide più sotto, in lontananza, un duplice filare di vegetazione. "Credo ci sia un ruscello, ci andiamo? E i due iniziarono a scendere la vallata.

Penetrando nel fitto sottobosco fluviale, andarono a sedersi su dei massi presso la riva di un piccolo torrente. Questo scendeva vorticoso. L'acqua precipitava dai sassi descrivendo figure sempre nuove, sempre uguali. Alla base di questa rapida si formava una specie di sacca in cui l'acqua appariva ferma, come se in tutto questo turbinio, in tutto questo incedere incessante della massa del liquido, spinto da una energia apparentemente imponderabile, una parte avesse scelto di restare lì in quel punto, per chissà quanti anni.

I due restarono per qualche attimo in silenzio, a sentire il mesto sciabordio del rivo. Quando Marco rialzò gli occhi, rivide in Paola quello sguardo di angoscia, Senza farsi accorgete prese la macchina e la fotografò . Al rumore dello scatto lei lo guardò negli occhi, e lui trovò il coraggio di parlare: "Che cosa hai?"

La ragazza non rispose., abbassò gli occhi come in un sospiro. Proprio in quel momento si udì il sordo fragore di un tuono. "Andiamo" disse lei, e lo prese per mano.

Sembrava scesa la notte. Appena fuori dal sottobosco iniziò a piovere. Di ­fronte a loro ma molto distante,, il ciliegio si stagliava contro il cielo violaceo. Impressionanti saette solcavano l'orizzonte. I due cominciarono a correre in salita verso il ciliegio tenendosi per mano mentre l'acqua scendeva copiosa. Raggiunto l'albero continuarono verso il paese le cui ultime case trasparivano dal velo della pioggia e della nebbia.

Dal selciato alla campagna scendeva un vero fiume di fango. Trovarono rifugio sotto un porticato, vicino alla grande botte. Ormai zuppi fino al midollo decisero di proseguire cercando un posto dove prendere qualcosa di caldo.

Un insegna di legno, scolorita dal tempo, "Locanda". Marco spinse la pesante porta che si aprì cigolando sui vecchi cardini. Nella semioscurità dell'ambiente sfavillava un grande fuoco, sotto un imponente camino in pietra. La signora gli andò incontro e li fece accomodare su una panca, proprio di fronte al fuoco.

Sorseggiando una bevanda calda, Marco si mise a osservare Paola. Ella aveva come lo sguardo rapito dal fuoco, al punto che il bagliore delle fiamme si rifletteva in fondo alle sue pupille. Il trucco ormai era andato: le guance della ragazza tendevano decisamente al rosso, e i capelli bagnati le cadevano appiccicati sugli zigomi. Era ancora più bella.

Quando si accorse che la guardava, si sciolse in un tenero sorriso, incrociando il suo sguardo, piena di. umanità.

Marco esitò a lungo, poi con un filo di voce: "senti, prima, giù al ruscello, mi sembrava come se....". "Sssst, Marco, non parlare." Interruppe lei con infinita dolcezza. Gli strinse forte entrambe le mani e lo fissò negli occhi. Voleva dirgli: "Perché vuoi sapere? Perché non ti basta conoscermi così come mi conoscono gli altri? Io sono una bambina modella, posso ridere se vuoi, oppure posso piangere. Mi vuoi dolce? Mi vuoi aggressiva? Vuoi che io sia una innocente fanciulla? O vuoi che io sia una provocante vamp.

"Caro Marco, il nostro mestiere e' recitare. Non solo il mio, ma anche il tuo. è il mestiere della vita. Mi fai tenerezza, al tuo primo servizio, che ti preoccupi di quello che mi passa per la testa. Vedrai, fra qualche tempo, come mi tratterai. E' giocoforza, mio dolce giovane e ingenuo amico, aggredire la vita, oppure sarà la vita che aggredirà te.”

E invece rimase in silenzio, appoggiò il capo sulle spalle di Marco, al quale venne spontaneo di abbracciarla teneramente. Questo e gli scoppiettii del fuoco furono le sole risposte che egli ebbe. Ed abbracciati tornarono a Roma, con la corriera, bagnati fuori, ma con una grande fiamma dentro.

 

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